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Vasellame e ceramiche giapponesi

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Sostanzialmente la gente mi chiede del Giappone tre cose. Se ho mangiato sempre sushi, se è vero che i giapponesi sono come dei robot e se non avevo paura dei terremoti.
I più avidi mi domandano souvenir. Tra i più avidi, i più scaltri azzardano richieste. Solitamente vogliono kimoni, spade e vasellame.
Su kimoni e spade non so cosa dire, ma sul vasellame linko qui e ora un sito che conosco dove vendono cose carine. Così non mi spappolano più i maroni e se le comprano da soli le ceramiche. Ecco, l’ho detto qui a tutti e non lo devo ripetere. E no, non ho comprato nessun souvenir.
Terra Japonica è il sito.

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Doppio annuncio ufficiale di Disma.biz

Due grossi eventi stanno per interrompere la quiete di disma.biz (non parlo di me in terza persona, sto parlando del blog!).

Il primo: a breve, non so quanto breve ma abbastanza, uscirà un mio ebook. Tema: Tokyo. Non è una guida turistica. È un racconto della città molto personale, tipo che i templi mi fanno cagare quindi non ce ne sono molti (ma ne ho messi comunque per accontentare tutti), con molti spunti per uno che vuole fare un po’ il turista. Tra l’altro vorrei capire come devo fare con le parolacce, nel senso, devo scrivere tipo VM 14 o cazzate così? Qualcuno sa come funziona? Il libro sarà solo in formato elettronico e solo su Amazon. Se riesco a capire come impaginare bene ci saranno pure le foto, ma non dovrebbe essere un problema. Il costo non l’ho ancora deciso, ma sarà una roba che si aggira intorno ai 3 o 4 euro.

Secondo: torno in Italia! Ci ho riflettuto a lungo, al momento non mi sento in grado di decidere di passare il resto della mia laida esistenza dall’altra parte del mondo. Diciamo che qui sto meglio e mi piace di più, eppure non me la sento di mettere radici così lontano.
Rimando la decisione. Ho scelto di tornare in Italia ma di darmi un po’ di tempo per capire che cosa voglio fare davvero, ma temo di sapere già la risposta. Risposta che per altro rende inutile il mio rientro in Italia, ma vai a capire come funziona il cervello di una persona.

Il blog ovviamente continuerà ad esistere, mi sentirete presto di nuovo su Radio Popolare e lo splendido libro di cui parlavo prima sarà al più presto disponibile.
Per quanto riguarda c04st2c04st ci sono brillanti soluzioni, bisogna solo che ci vengano in mente. Per il momento faccio movimento per il movimento (questa non c’entra un cazzo, stavo scrivendo un’altra roba, ma se scrivo l’incipit per il momento, non riesco mai a concludere la frase in un altro modo, se non citando gli Assalti Frontali).

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Occupy Piazza Affari, anche a Tokyo

Dopo il poster di La Russa e Rifondazione in un centro commerciale, non poteva mancare il manifesto del presidio “Occupy Piazza Affari”. Per la precisione è appeso fuori da un ristorante italiano di Tokyo, zona Meguro. Ma non è mica l’unico eh! Sull’altra vetrina c’è quello per il “Diritto al lavoro”. Mi è venuto uno sciopone quando li ho visti dall’altra parte della strada. Minchia, i compagni di Milano hanno aperto un ristorante a Meguro, mi sono detto. Poi ho realizzato che no, che non era mica possibile e che comunque non aveva senso mettere lì ‘sti manifesti, a meno che non volessero fare una sorta di cellula antagonista fashion con target antagonisti fashion nipponici, ma qui gli antagonisti se ci sono non sono quel tipo di antagonisti che ci sono in Italia. Niente, doveva essere un’altra la soluzione. Magari un cuoco giapponese comunista, o no-global o come cazzo si chiamano adesso quelli lì; ché i comunisti erano prima, no-global è più una cosa fine ’90 primi 2000, adesso questi qui come si chiamano non lo so. Ché ci vorrebbe un cazzo di sostantivo adatto che tenga dentro istanze e sia composto da qualcosa che richiama i temi. Vabbé, niente. Fatto sta che non era nemmeno quello. Proviamo sto ristorante, mi dico, così faccio due chiacchiere col cuoco. Com’è come non è, entro dentro e inizio a capire. Davanti a me ci sono attaccate decine di cartoline e poster e cazzi e mazzi. Vanno dalle cartoline del Papa a quelle pubblicitarie di infostrada, passando per gagliardetti della Ferrari. Ordino un’arrabbiata, per altro buona, chiacchieriamo, non sa l’italiano ma è stato in Italia, dice che i manifesti glieli ha dati un suo amico che sta in Italia, ma non ho capito se giapponese o italiano. Dice che li ha portati qua lui però, dopo l’ultimo viaggio. Gli chiedo se ha idea di cosa significhino i due poster che ha messo nei due punti di maggiore evidenza, ossia sulle vetrine. Dice di no, che non lo sa. Non glielo spiego perché sarebbe troppo difficile, non solo a livello linguistico, dovrei spiegare anche tutto il background politico e menate varie della cosa. Quindi evito. Tra il lusco e il brusco ci facciamo due risate, e via. Alla fine mi fa pure uno sconto, prima volta che mi capita. Invece di milleseicento yen mi fa pagare solo mille. Lo saluto con il pugno chiuso, non capisce e si sposta di scatto col volto evidentemente scosso. Probabilmente pensa che gli voglio fare una vecchia sul braccio. Alla fine della fiera è sempre quella roba lì: culture shock.

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Tokyo Games (Girls?) Show 2012

Io non so perché ci casco ogni volta, che tanto lo so già che ‘ste fiere qui sono tutte uguali. L’unica differenza tra quelle più grosse e importanti con quelle tipo quella di Milano, è che quelle grosse e importanti sono più grosse e più importanti. Ossia moltiplica per qualche volta il numero degli stand, degli schermi, della gente in coda e delle, passatemi il termine, fighe. Ecco sì, le fiere dedicate ai videogames alla fine sono sempre quella roba lì, tante fighe (e su questo devo dire che quella di Tokyo vince decisamente su quella milanese), tanti gadget del tutto inutili e nemmeno divertenti (non ti danno più nemmeno le demo) e due o tre cose che hai voglia di provare in mezzo ad un fantastillione che puoi trovare pure su internet. Per quanto mi riguarda volevo provare i nuovi occhiali fighi della PS3, ma c’era oltre un’ora di coda e col cazzo che l’ho fatta. Per il resto è sempre quella roba lì. Nerd sudati con grossi zaini e occhiali spessi che cercano di prendere la borsa della SEGA o di annoiare a morte le hostess chiedendo loro se preferiscono un fidanzato warrior, wizard o thief e di che allineamento. Quindi niente, mi sono concentrato a fare foto a belle ragazze. Le trovate sul mio flickr. Per il resto da segnalare per sfarzosità gli stand di Namco, Square (che mostrava le prime immagini del nuovo capitolo di Hitman, e cazzo promette davvero bene, vi dico solo che c’è un gruppo di suore fetish con in mano degli AK47), Konami (che festeggiava il 25ennale di Metal Gear Solid), SEGA (che regalava il gadget più in voga tra i convenuti, ossia un borsone che io non ho trovato) e poco altro. L’unica cosa un filo divertente è che in due o tre padiglioni c’erano show live di idol group, alcune famose (non per me) vista l’affluenza di pubblico. Poi qualche show live qua e là con sgallettate in minigonna e poco altro. Ingresso, il corrispettivo di 10 euro e siccome era in culo al mondo altri 10 circa di metropolitana (per me).

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Nazionalisti giapponesi in piazza #2

Avevo promesso che avrei spiegato il misterioso link tra Italia e nazionalisti giapponesi, ora lo faccio. L’altro dì ero in piazza, proprio una piazza anche se non c’ha il nome. Diciamo che si chiama Piazza Shibuya dato che è alla stazione di Shibuya, oppure Piazza davanti alla stazione di Shibuya, dato che qui i posti si chiamano tutti: davanti, dietro, nord, ovest, est, sud… Quindi, ero in Piazza Davanti alla Stazione di Shibuya e mi appaiono davanti un paio di centinaia di bandiere giapponesi che garriscono al vento, poco e umido, mentre dal tetto del camioncino un infervorato nazionalista lancia slogan patriottici. La parola d’ordine è CHINAZI. Non c’è bisogno di spiegarla. La manifestazione è contro i cinesi e contro le loro malefatte e per rivendicare il controllo giapponese sulle isole Senkaku. Ma già che ci sono rivendicano pure le Sakhalin, le Dodko e altra spazzatura rocciosa sparsa per gli oceani. La popolazione che presidia è composta da vecchi, qualche giovane e da dei tizi che secondo me hanno dei grossi dragoni tatuati sulla schiena e mi danno l’idea di essere una specie di servizio d’ordine. Occhiali scuri e facce da duri, di quelli che se li fissi negli occhi per sbaglio prima sputano per terra e poi ti chiedono che cazzo hai da guardare. Raccolgo un paio di volantini formato lenzuolo. Uno dei tre è carico di info contro i cinesi e di robe che vogliono dimostrare la cattiveria di quel popolo. Tra le cose TADANNN ecco che spunta fuori l’Italia . Milano, Via Paolo Sarpi, Chinatown. Fino a vent’anni fa, dice il volantino, a Milano si parlava l’Italiano, ora la seconda lingua è il cinese. E poi nel pezzo ci hanno buttato dentro pure le rivolte di quattro o cinque anni fa, quando i cinesi si incazzarono con i vigili e ribaltarono un paio di macchine. Il succo del discorso era: Ecco, vedete, come sono pericolosi? Anche in Italia hanno portato arroganza e violenza. Ovviamente il tutto senza contestualizzare ciò che era successo, i filmati spariti dalle camere di sorveglianza e via dicendo. Mi sono intascato i miei bei volantini, ho urlato un paio di banzaiii e me ne sono tornato a casa nascondendo i volantini, si sa mai che incontrassi un gruppo di immigrati cinesi particolarmente incazzati.

PS se vi chiedete il motivo del watermark in mezzo alla foto, la spiegazione è semplice. E’ capitato di recente di vedere mie foto utilizzate su blog commerciali, prese da Flickr (dove è indicato il copyright e dove c’è pure un apposito bottone per acquistarle). Non solo sono state usate a scrocco, ma senza manco mettere i credits. Ovviamente le ho fatte togliere. No, non dirò il chi [nb la cosa che mi dà fastidio è che siano usate su un blog commerciale e senza neppure i credits, fosse stato un blog non commerciale e mi avesse messo i credits non mi sarebbero girati i coglioni]

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Nazionalisti giapponesi in piazza

Oggi sono stato ad una manifestazione di nazionalisti giapponesi, sempre per la storie delle Isole Senkaku. Ho fatto un po’ di foto, scarse, con il cellulare. Com’è come non è, è venuta fuori, in modo del tutto inaspettato, l’Italia. Secondo voi perché? Domani poi ve lo racconto che adesso c’ho sonno.

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Sparami ora sparami Piero…

Forse non era Piero. Non lo so. Con l’età se ne vanno pure i testi delle canzoni e tutte le robe laterali. Comunque è quella di De André, apprezzate l’accento giusto sulla e, quella contro la guerra e via dicendo. Ma il contesto in cui la volevo inserire io era totalmente avulso da questioni politiche, sociali o di sfide all’arma bianca. I miei 20 cents, o 2 cents non mi ricordo mai (vedi discorso di prima), volevano essere del tutto terra terra. Sparami nel senso figurato del termine, nel senso di: “‘fanculo sono stato un coglione, fottimi da dietro con la tua arma migliore e non sarà mai abbastanza“. Il motivo del mio colorito cospargermi il capo di cenere deriva da una spesa insulsa affrontata today per strafogarmi di pizza.
Ore 1.11 sto bevendo un caffé a Futagotamagawa, periferia ovest di Tokyo, con un amico dopo un’intensa sessione di studio di una lingua priva di senso. Ore 1.30 fisso un appuntamento a Komazawadaigaku per andare a ingollare una pizza di cui ho tanto sentito parlare. Ore 1.32 prendo il treno espresso anziché il locale, salta l’appuntamento perché non ferma a Komazawadaigaku. Sposto l’appuntamento a Aoyamaitchome. La controparte non vede il messaggio e mi aspetta a Komazawa. Ci si chiarisce. Ore 2.00 incontro. Ore 2.22 arriviamo dall’altra parte della città vicino alla pizzeria. Proviamo a telefonare per vedere fino a che ora servono la pizza. Fino alle due-fottute PM- e trenta minuti lasto ordaaa. Ok, corriamo. Per arrivare alla pizzeria si deve prima passare dalla Maglia Verde, c’è un gran premio della montagna da affrontare. Dislivello 40%. Non ce la faremo mai, 8 minuti al cazzo di lasto ordaaa . Contro ogni pronostico ce la facciamo. Pizza. La margherita parte da 16 euro. Si va a salire. Se prendi anche l’antipasto devi mettere su un lavoretto con il caveau del Bellagio a Las Vegas. Ok, andiamo lisci con la sedici euro. Da bere? Merda, la birra mi va via a otto euro. Classica acqua, in Giappone è gratis dappertutto. Acqua dico io. Naturale dice lui. Sì dico io. Di solito ti danno la bella caraffina gratuita. Merda, mi arriva una bottiglia d’acqua panna e inizio a sudare, già sento odore di talleri che bruciano nel portamonete. Pizza non male, comunque non la migliore che ho mangiato a Tokyo. Caffé dice lui. Caffé dico io. Mica costerà più che ad uno Starbucks, ingenuo che sono, penso. Intanto, fai conto che questo è un flashback mentre aspetto la pizza, vedo un bambino cinese o di questi qua con gli occhi a mandorla con una maglietta del napoli che sta dietro il bancone a preparare una pizza. Merda, penso, mica sarà la mia. Cazzo ci fa un bambino cinese con la maglietta del Napoli dietro il coso delle pizze, mica starà toccando il mio impasto. Io non bevo dalle bottiglie della gente che conosco, figurati mangiare una roba toccata da un bambino cinese o di questi popoli qua, che per di più, come se non bastasse, indossa una maglietta del Napoli. Tengo tutto sotto controllo, locale e persone, come ho imparato a fare nei libri di Barry Eisler: mai dare le spalle alla porta, scegliere sempre un tavolo d’angolo dal quale puoi osservare tutt’ecose, pensare ad una exit strategy, memorizzare la posizione di tutto e tutti ed individuare possibili armi da utilizzare. Elaboro. La pizza non era per me. Fine flash back, si torna al caffé. Lo bevo. Buono, un buon espresso. E’ arrivato il momento del conto e già sudo. Volete anche il dolce. No no, un mio amico una volta è morto con un dolce, dico io. Scrive su un foglio di carta dei numeri, cerco di dedurre la cifra osservando il movimento della penna, mi sembra stia scrivendo troppi zeri. Odio gli zeri. Me lo presenta, chiuso, piegato su sé stesso. Pessimo segno. Lo apro, mi scivola tra le mani, l’inchiostro inizia a sbiadire a causa della mia copiosa sudorazione. Gli occhi bruciano, il sudore cola sulla cornea rendendo il tutto più complicato. Eh!? Cosa?! Cinquantaduestracazzo di euro per due pizze un acqua e un caffé. No way man, non si fa. Ho pagato una cazzo di acqua di merda 8 euro e un caffé 5 euro. Unafottutabottigliad’acqua otto cazzutissimi euro e cinque euro di caffé. Mi si inturgidiscono i capezzoli, sono pronto alla lotta, poi svengo e mi risveglio a casa. Penso sia un brutto sogno, una di quelle cose che ti lasci alle spalle e dopo una decina d’anni ci ridi sopra. Apro il portafoglio e lo trovo alleggerito di ventisei euro giapponesi e mi brucia il culo. Quel tipo di bruciore che non mandi via con la Preparazione H.

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