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ristoranti

Sparami ora sparami Piero…

Forse non era Piero. Non lo so. Con l’età se ne vanno pure i testi delle canzoni e tutte le robe laterali. Comunque è quella di De André, apprezzate l’accento giusto sulla e, quella contro la guerra e via dicendo. Ma il contesto in cui la volevo inserire io era totalmente avulso da questioni politiche, sociali o di sfide all’arma bianca. I miei 20 cents, o 2 cents non mi ricordo mai (vedi discorso di prima), volevano essere del tutto terra terra. Sparami nel senso figurato del termine, nel senso di: “‘fanculo sono stato un coglione, fottimi da dietro con la tua arma migliore e non sarà mai abbastanza“. Il motivo del mio colorito cospargermi il capo di cenere deriva da una spesa insulsa affrontata today per strafogarmi di pizza.
Ore 1.11 sto bevendo un caffé a Futagotamagawa, periferia ovest di Tokyo, con un amico dopo un’intensa sessione di studio di una lingua priva di senso. Ore 1.30 fisso un appuntamento a Komazawadaigaku per andare a ingollare una pizza di cui ho tanto sentito parlare. Ore 1.32 prendo il treno espresso anziché il locale, salta l’appuntamento perché non ferma a Komazawadaigaku. Sposto l’appuntamento a Aoyamaitchome. La controparte non vede il messaggio e mi aspetta a Komazawa. Ci si chiarisce. Ore 2.00 incontro. Ore 2.22 arriviamo dall’altra parte della città vicino alla pizzeria. Proviamo a telefonare per vedere fino a che ora servono la pizza. Fino alle due-fottute PM- e trenta minuti lasto ordaaa. Ok, corriamo. Per arrivare alla pizzeria si deve prima passare dalla Maglia Verde, c’è un gran premio della montagna da affrontare. Dislivello 40%. Non ce la faremo mai, 8 minuti al cazzo di lasto ordaaa . Contro ogni pronostico ce la facciamo. Pizza. La margherita parte da 16 euro. Si va a salire. Se prendi anche l’antipasto devi mettere su un lavoretto con il caveau del Bellagio a Las Vegas. Ok, andiamo lisci con la sedici euro. Da bere? Merda, la birra mi va via a otto euro. Classica acqua, in Giappone è gratis dappertutto. Acqua dico io. Naturale dice lui. Sì dico io. Di solito ti danno la bella caraffina gratuita. Merda, mi arriva una bottiglia d’acqua panna e inizio a sudare, già sento odore di talleri che bruciano nel portamonete. Pizza non male, comunque non la migliore che ho mangiato a Tokyo. Caffé dice lui. Caffé dico io. Mica costerà più che ad uno Starbucks, ingenuo che sono, penso. Intanto, fai conto che questo è un flashback mentre aspetto la pizza, vedo un bambino cinese o di questi qua con gli occhi a mandorla con una maglietta del napoli che sta dietro il bancone a preparare una pizza. Merda, penso, mica sarà la mia. Cazzo ci fa un bambino cinese con la maglietta del Napoli dietro il coso delle pizze, mica starà toccando il mio impasto. Io non bevo dalle bottiglie della gente che conosco, figurati mangiare una roba toccata da un bambino cinese o di questi popoli qua, che per di più, come se non bastasse, indossa una maglietta del Napoli. Tengo tutto sotto controllo, locale e persone, come ho imparato a fare nei libri di Barry Eisler: mai dare le spalle alla porta, scegliere sempre un tavolo d’angolo dal quale puoi osservare tutt’ecose, pensare ad una exit strategy, memorizzare la posizione di tutto e tutti ed individuare possibili armi da utilizzare. Elaboro. La pizza non era per me. Fine flash back, si torna al caffé. Lo bevo. Buono, un buon espresso. E’ arrivato il momento del conto e già sudo. Volete anche il dolce. No no, un mio amico una volta è morto con un dolce, dico io. Scrive su un foglio di carta dei numeri, cerco di dedurre la cifra osservando il movimento della penna, mi sembra stia scrivendo troppi zeri. Odio gli zeri. Me lo presenta, chiuso, piegato su sé stesso. Pessimo segno. Lo apro, mi scivola tra le mani, l’inchiostro inizia a sbiadire a causa della mia copiosa sudorazione. Gli occhi bruciano, il sudore cola sulla cornea rendendo il tutto più complicato. Eh!? Cosa?! Cinquantaduestracazzo di euro per due pizze un acqua e un caffé. No way man, non si fa. Ho pagato una cazzo di acqua di merda 8 euro e un caffé 5 euro. Unafottutabottigliad’acqua otto cazzutissimi euro e cinque euro di caffé. Mi si inturgidiscono i capezzoli, sono pronto alla lotta, poi svengo e mi risveglio a casa. Penso sia un brutto sogno, una di quelle cose che ti lasci alle spalle e dopo una decina d’anni ci ridi sopra. Apro il portafoglio e lo trovo alleggerito di ventisei euro giapponesi e mi brucia il culo. Quel tipo di bruciore che non mandi via con la Preparazione H.

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Yamachan

Ieri sera sono andato a mangiare in un posto che si chiama Yamachanqualcosa, qualcosa l’ho aggiunto io perché c’è qualcosa dopo Yamachan e non mi ricordo cosa. Il locale è su tre piani ci sono sia zone dove si sta con le scarpe sia zone dove si sta senza, poi ci sono delle ciabatte comuni se devi andare al cesso o cose così. La cucina non era particolarmente buona ma nemmeno cattiva, l’unica cosa davvero buona erano le ali di pollo fritte piccanti, che per altro sono l’orgoglio di Yamachan. Quando ti siedi trovi al tavolo un piccolo manga, quattro o cinque vignette, con Yamachan che ti spiega come si mangiano le ali di pollo. Dice che prima devi dividere l’ala in due parti, la parte più grande la mangi in un colpo infilando l’osso in bocca e poi tirando, l’altra parte devi sgranocchiare. Funziona come da manuale. Quando vai via ti danno in omaggio quella roba lì che vedete in foto. Dentro c’è una mascherina, quelle bianche contro l’influenza. O per evitare le radiazioni come ci spiegavano alcuni inviati di prestigiose testate italiane durante la crisi dello scorso anno.

Oggi invece, dopo essermi mangiato degli ottimi ramen al miso piccante con degli enormi tocchi di carne dentro, morbidi e spessi, mi sono fermato in un posto che ho trovato lungo la strada, mentre camminavo. Si chiama Café Café. Mi sono detto, perché no, beviamoci un caffé. Sono entrato, mi sono seduto, ho chiesto un caffé. La signora, mi ha guardato stupita, poi mi ha detto che il caffé mica lo fanno. Se voglio un caffé devo andare in una caffetteria, mica da Café Café.

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Yakiniku

Questa sera sono andato al ristorante di yakiniku. Praticamente uno di quei posti dove ti fai la sbatta di cucinarti da solo il tuo stesso cibo. Il ristorante è molto carino, non c’è il classico stanzone con i tavoli, ogni tavolo ha una stanza privata con tanto di porta (alla destra nell’immagine) e di pulsante per chiamare il cameriere. Al centro del tavolo c’è una specie di brace dove ci butti sopra la carne, la cuoci e te la pappi. Poi ti danno verdurine e cazzi e mazzi. Devo dire che era molto buono, settanta euro in due, anzi settantacinque, compresa la birra. E nel corso di 90 minuti ordini quello che vuoi, a patto che sia compreso nel menù scelto.

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Trasloco, hikkoshi

Cose di oggi:
– trasloco (taxi+treno+altro treno+andare agenzia per chiave+treno+taxi, il secondo taxista era uno che se fosse stato italiano avrebbe guidato col cappello)
– correre a scuola, sudato come un cane sudato, sudato come un cazzo di jeans indossato per tutto luglio e tutto agosto mai lavato, sudato come un cavallo portato allo stremo da un vetturino degli anni ’60, di quelli che se il cavallo non butta fuori spumador dalla bocca può ancora arrancare sui sette colli di Roma
– sosta al conbini (contrazione di convinience store) per comprare pranzo (costituito da onighiri, palla di riso, con non mi ricordo cosa e nooto [quaderdno] Sumimasen, nooto wa arimasuka)
– pappato onighiri, riprendo ad arrancare in salita verso la scuola
– arrivo a scuola con cinque minuti di anticipo, entro in classe, vedo tutti che scribacchiano: Hi, are you doing homework?
– no, non li stavano facendo, non c’erano compiti. Il tizio del Belgio gli viene in mente quando arrivava a scuola all’ultimo minuto. Poi dopo, col tizio del Belgio, durante la pausa sigaretta si parla di Amsterdam. Inutile dire di cosa.
– vai con la lezione, so tutto. Sono il numero uno. Mi viene il dubbio che forse dovevano assegnarmi a una classe di livello superiore. Però il fatto di poter fare il figo non ha prezzo. [poi ci sono tutte delle cose che non dico caso mai i compagni di corso mi googelassero]
– finisce il corso, faccio la strada con un compagno dell’africa centro-orientale, pensavo avesse venticinque anni, ne ha quaranta. Dice che mangia bene e si cura. Poi mi racconta che dopo un’esperienza in Giappone è stato negli Stati Uniti a studiare, ora è tornato qua, in Giappone. Dice che il posto che gli piace, che è un paese tranquillo dove si può vivere bene e che sta facendo un grosso investimento per poter vivere qua. Di mattina insegna inglese e di pomeriggio studia, alla sera non lo so. Comunque ha un appartamento più grande del mio. Pare che là dove sta lui costa meno.
– torno a casa, non va l’acqua calda, dice che domani magari va, che il primo giorno la cosa dell’elettricità deve scaldarsi. Internet è una scheggia. Il frigo funziona. Il cesso mi parla. Esco a vedere un po’ il frullo della zona. Un sacco di negozi e ristoranti, non sono entrato nel dettaglio, me lo riserbo per il week end che c’è tempo.
– cena in un izakaya gestito da cinesi, riso con tonno, pollo fritto, due spiedini e due birre.
– torno a casa, sosta al conbini compro due birre e una bottiglia di sake per la serata, una piccola, la bottiglia di sake non la serata. Durante il percorso, com’è come non è la bottiglia va in frantumi
– altro conbini, ricompro due birre, che quelle là erano piene di vetro e un sake
– faccio una foto dal balcone

Ho un sonno bestia e sono le dieci e mezza. Qui alle otto di sera sembra sia mezzanotte. Non è una sensazione che ho solo adesso, tutte le volte che sono stato in Giappone in passato ho sempre avuto questa sensazione. Forse perché il sole scende prima, forse perché si mangia alle sette di sera, forse perché la gente esce da lavoro e ci dà dentro con l’alcol subito senza passare da casa. Non so, comunque secondo me rispetto all’Italia ballano tre o quattro ore sui ritmi di vita.

– domani vado al Comune a registrarmi, mi sa che mi dicono che devo pagare l’assicurazione sanitaria

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Parole differenti e concetti astratti. Di fiumi, torrenti, trattorie, osterie e ristoranti

Una roba che non ho mai capito, che non mi è nemmeno mai venuto in mente di approfondire. Una di quelle cose che da quando ho memoria cerco di capire e non ci riesco perché l’accantono per pigrizia. O forse non c’è nulla da capire. Non so. Comunque, una roba che mi chiedo da sempre è che differenza c’è tra trattoria, osteria e ristorante. Uno di questi termini è più adatto a definire un determinato tipo di locale oppure sono equivalenti, intercambiabili. Un ristorante è sempre anche una trattoria e un’osteria? L’osteria è sempre una trattoria e ristorante? E la trattoria è sempre osteria e ristorante? Oppure la trattoria è il ristorante di campagna, tattoria c’è un elemento agricolo, bucolico, campestre, contadino. L’osteria è una specie di bar dei tempi andati? L’oste nell’immaginario collettivo, o per lo meno nell’immaginario collettivo del mio immaginario, è quello che serve il vino. Quindi l’osteria è un posto dove vanno i beoni? O è solo un modo altro per definire la trattoria? E il ristorante, che sembra più fichetto, è una parola legata ai centri urbani? Tipo a Pisogno, che quando ci andavo io da piccolo mi ricordo, ma forse son ricordi sballati di un bimbo, era pieno di ubriaconi, ci sono osterie e non trattorie e ristoranti?

Atto II°
Per tutta una serie di incidenze mentali mi è tornato in mente il torrente che passava per Pisogno, la Gogna. Io pensavo che si chiamasse Gogna, invece si chiama Agogna. L’ho scoperto adesso. Le incertezze della lingua italiana e dei suoi articoli determinativi. Comunque, wiki dice che è un fiume ma che è classificato come un torrente, da chi non ho capito. Pare che là fuori c’è qualcuno che classifica i fiumi (che poi saranno pur sempre quelli, mica se ne aggiungono di nuovi se non nel corso di decenni) e questo, l'[apostrofo]Agogna, lo ha classificato un po’ alla cazzo. Come torrente, non come fiume. Che mica è un torrente, dice wiki, è lungo 140km ed è un affluente del Po, è un fottuto fiume. Che poi sul Po avrei anche un paio di cose da raccontare, una lunga, divertente e interessante, l’altra breve, curiosa, bizzarra e che coinvolge una nota band italiana. Ma magari le racconto un’altra volta.

PS
non c’è bisogno di spiegare il perché della foto, vero?

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Ristorante messicano

Ieri sera sono andato a mangiare in un ristorante messicano. Alle pareti c’erano attaccati dei sombreri, i camerieri avevano i sombreri. E dei baffi finti disegnati con la matita da trucco. La cassiera aveva le tette in mostra. Alle pareti c’erano attaccate anche delle maracas. Quando mi hanno portato il conto l’ho accolto con un calssico Ay Caramba!

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Accattone

Io se c’è una cosa che non mi dà fastidio, ma che proprio non mi dà fastidio sono gli accattoni, quelli per strada, quelli che in certe zone ti fermano ogni cinque metri per regalarti un braccialettino che poi non te lo regalano in realtà perché alla fine ti chiedono i soldi. Io se c’è una cosa che proprio non mi dà fastidio sono gli accattoni, gli zingari che vengono lì con la mano tesa e ti chiedono la moneta e se gli dai un euro te ne chiedono due e se non gliene dai due ti fanno un’improbabile maledizione che contiene le parole ‘chit’emmuerte’. Io se c’è una cosa che non mi dà fastidio proprio per niente, sono gli accattoni, quelli che con una grande borsa della spesa in mano che contiene solo giornali vecchi e te ti chiedi che cazzo se ne faranno di tutti quei giornali ciancicati ma qualcosa evidentemente se ne fanno, ecco, a me quelli lì con la grande barba e con la borsa della spesa con i giornali vecchi che chiedono la moneta, a me proprio non mi danno fastidio per niente. Io se c’è una cosa che non mi dà fastidio, ma che proprio non mi dà fastidio sono gli accattoni, quelli per strada, quelli che tu sei lì che stai pensando che le nuvole quel giorno lì assomigliano a dei ramarri che sputano api dal culo e loro, gli accattoni, si avvicinano e ti chiedono dei soldi che loro si facevano di eroina e adesso non si fanno più e te lo dicono con quei bei denti marci tra il marrone e il giallo e te, se è estate gli guardi le braccia e vedi dei crateri che la Luna se li scorda e poi ti dicono che si vabbé uno schizzo in vena magari uno così ogni tanto se lo fanno, ma mica coi tuoi soldi, no, per quello c’è l’autoradio che hanno ciulato il giorno prima. Io se c’è una cosa che non mi dà fastidio, ma che proprio non mi dà fastidio sono gli accattoni, quelli della metropolitana, quelli che suonano e che se la cantano e che a volte lo fanno molto bene e a volte molto male e te mica gli devi dare i soldi perché sono bravi o perché sono dei cani, glieli devi dare perché passano col cappellino e te ti senti una merda che loro sono lì a suonare e te intanto avevi le cuffie nelle orecchie. Io se c’è una cosa che non mi dà fastidio, ma che proprio non mi dà fastidio sono gli accattoni, quelli per strada, proprio a me non mi danno fastidio e non capisco quelli che si lamentano, che se vuoi gli dai se non vuoi non gli dai, se vuoi gli rispondi, se non vuoi non gli rispondi, loro mica fanno niente, ti chiedono una cosa e te fai un po’ il cazzo che vuoi, loro hanno scelto quella strada lì, la strada della strada (nel senso che hanno scelto di vivere facendo accattonaggio). Io però, se c’è una cosa che mi sta veramente sulle palle, e c’è n’è ah se c’è n’è, ecco quella cosa che mi sta sulle palle sono gli accattoni che non stanno sulla strada. Quelli che c’hanno le pizzerie, i bari, i ristoranti, i negozi, i puzzipuzzi e le pupupu. A me quegli accattoni lì che mettono sul banco un salvadanaio a forma di natale, che poi lo sa solo lui come fa a dare la forma del natale ad un salvadanaio, e ci scrive sopra ‘auguri’ e pretende che il cliente gli metta dentro un euro per i suoi cazzo di auguri come se il caffé non lo pagasse regolarmente tutti i giorni, ecco io quegli accattoni lì proprio mi stanno sul cazzo. Ci sono però anche gli accattoni attivi, ieri in pizzeria alla cassa la signorina ha avuto la brillante idea, mentre mi dava il resto, di chiedermi se volevo lasciare il mio resto, quattro fottuti euro, nel salvadanaio della pizzeria. E allora lì mi è andato il sangue alla testa, mi sono chiesto chi cazzo può essere il coglione che lascia quattro euro ad una pizzeria, per quale motivo, dove sta la logica, dopo che hai pagato un servizio che già comprende un ricavo per il proprietario dell’attività e di conseguenza per i suoi lavoratori, perché, Dio perchè!, uno dovrebbe lasciare degli euro nel loro cazzo di salvadanaio. Loro me la regalano la pizza, mi fanno fare un sorso di coca a scrocco? Vabbé mi sono limitato a dirle che no, che non le lasciavo niente che io sono molto più povero di loro che se volevano potevano però farmi uno sconto, ovviamente non me lo hanno fatto. Maledetti accattoni. Io se c’è una cosa che mi dà fastidio sono gli imprenditori che cercano di rubare il lavoro agli accattoni.

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