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madri di plaza de mayo

La mia prima intervista. Hebe de Bonafini e le madri di Plaza de Mayo

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Ieri mentre scrivevo il post su Berlusconi e i desaparecidos mi è venuta in mente una cosa che mi ha fatto gelare il sangue e attorcigliare lo stomaco. La mia prima intervista. Era tipo dieci anni fa, avevo ventidue o ventitré anni. Trasmissione di Radio Popolare Notturnover, che oggi non c’è più. Dovevo andare al Leoncavallo a seguire un incontro delle Madri di plaza de Mayo.

Ci vado con il mio garelli scassato che al semaforo per farlo partire dovevo scendere e correre, che comunque è meglio del mio scooter attuale che è rotto da 3 mesi. Arrivo al Leo, lego il motorino, con grandissima attenzione seguo il dibattito dall’inizio alla fine, prendo appunti, penso a delle domande, espressione seria in viso. Finisce il dibattito. Mi avvicino a Hebe de Bonafini, storica leader del movimento delle madri.

Inizio l’intervista, c’è anche la traduttrice, una ragazza del Leo. Inizio con domande generali e poi inizio ad entrare nei ricordi, nelle cose più legate al personale, alle emozioni, alle descrizioni dei tempi. Viene fuori una bella intervista, mica male, certo un po’ ingenua, ma era tipo la quarta volta che facevo delle cose. Ringrazio Hebe, l’abbraccio e ci salutiamo.

Cazzo. Mi viene un brivido lungo la schiena e mi viene in mente una raccomandazione che mi avevano fatto in redazione prima di uscire, la redazione quella di Radio Popolare quando era in Via Stradella. “Disma, ricordati prima di registrare di accendere il registratore… e anche il microfono”. Cazzo. No, il microfono no. Non avevo registrato niente, nastro (si usavano ancora le cassette, almeno a errepi) completamente bianco. Guardo la traduttrice e, con enorme senso di colpa, le faccio, la rifacciamo? No – dice lei – Hebe deve correre via adesso. Ho ripreso in mano il garelli e sono tornato in radio. Da allora non ho mai dimenticato un microfono spento.

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