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estate

A me fa molto ridere

In Italia caldo al sud fa molto ridere.

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Dialogo notturno con uno scarafaggio (forse) mai nato

Tre del mattino, letto, caldo, sudore, pale sul soffitto che roteano, uop uop uop uop, un’insegna luminosa lampeggiante al neon, che pubblicizza un ristorante cinese davanti a casa, filtra attraverso le tapparelle disegnando sul soffitto lunghe strisce colorate, quasi lisergiche. Mi sveglio e mi addormento, non capisco dove inizia il sogno e dove la realtà. Sono in bagno, sto per fare la pipì, ma qualcuno alle spalle mi dice che lì no, che lì non si può fare, che devo andare nell’altro bagno, esco e non lo trovo, capisco di essere in un sogno. Cerco il bagno, non lo trovo. Gli occhi si aprono e si chiudono, più o meno al ritmo dell’insegna luminosa. Poi si aprono e mi ricordo che non c’è nessuna insegna luminosa e le pale sul soffitto sono spente, niente uop uop uop uop, anche il bagno era un sogno. L’unica cosa vera è che devo pisciare. Rotolo giù dal letto, sbatto il piede, dico cazzo, accendo luci a caso, ciabatte, bagno, mi siedo, mica ce la fai a stare in piedi di notte, vedo un’ombra sul pavimento, non so se c’è davvero qualcosa, forse però si è infilato sotto il secchio del mocho vileda, lo scarafaggio dico. Allora sono lì, seduto, inerme, guardo il secchio rosso con dentro il mocho leopardato, è un regalo di nozze, ormai è vecchio ma lo uso ancora, guardo il secchio e gli parlo, allo scarafaggio non al mocho. Ehi amico, gli dico, lo so che sei lì sotto, tu sai che io sono qui, io non ho voglia di darti la caccia né di essere spaventato, tu non vuoi essere schiacciato, facciamo un accordo gli dico, io faccio finta di niente e tu fai finta di niente, io resto qui seduto e faccio quello che non ti ha visto e tu stai la sotto e non esci fuori, bastano pochi secondi, ancora una trentina, mi alzo, me ne vado e non ci vedremo mai più, tu resta lì, nascosto, ancora venti secondi, poi io mi alzo e me ne vado, io torno a letto, tu resta lì, ancora dieci secondi, nove, otto, li conto, tre, due, uno. Bravo. Abbiamo un accordo. Mi alzo e torno a letto. Poi mi chiedo se lo scarafaggio con cui parlavo c’era veramente, poi penso che anche se ci fosse stato probabilmente non avrebbe capito, e infine mi rendo conto che comunque oltre a saper interpretare il linguaggio avrebbe anche dovuto essere telepatico, perché tutte quelle cose lì mica le ho dette a voce alta, parlavo con lui nella mia testa. Comunque ha funzionato. Le luci al neon tornano a lampeggiare, le pale fanno uop uop uop uop, e io torno a sudare sul letto.

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Wendy? aka photoshoppi di una notte di mezza estate che si schiatta dal caldo

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Frigorifero?

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Ogni stop è solo un altro start

Oggi pomeriggio, anzi, iniziamo da prima. Questa mattina, sono andato ad un mercatino in periferia, uno di quei posti dove finisce la città e inizia la campagna, dove ti dici Ah allora è così che finisce una città. E’ strano perché mica finisce gradualmente, c’è proprio un punto dove finisce, lo puoi indicare col dito, lì, esattamente lì, ecco proprio lì finisce la città e inizia quello che sarebbe il mondo senza uomo, erba, terra, pozzanghere e fango. Comunque, di solito, nei punti dove finisce la città e dove inizia la campagna ci sono sempre cose interessanti, che siano quattro vie dove se entri ci sono quelli della camorra che ti squadrano o la banda di giovani rapper con le birre in mano che ha la musica a palla o i vecchietti che giocano a dadi, a soldi ovviamente. Insomma, tutte situazioni che hanno qualcosa da dire, storie, nel bene e nel male, che meritano di essere raccontate. E niente, questa mattina ero in uno di questi posti con storie che meritano di essere raccontate.

Un mercatino di poveracci, un po’ come la festa che c’è ogni agosto a Milano, non mi sarei stupito di beccarci quella con la scorza di limone in bocca. E quando dico poveracci io lo dico nella sua accezione positiva, nel senso neorealista del termine. Comunque niente, dicevo, in questo posto di nessuno, un enorme spiazzo con bancarelle, tante tante e pochi clienti. Tutti male in arnese, le bancarelle, i venditori, i clienti, anche gli articoli in vendita. Tanti volti segnati, facce di gente che ha imparato a vivere a sette anni, vecchie troppo truccate con mascara troppo economici, anziani con dentiere di misure sbagliate e giovani con le radici oltremare, prevalentemente verso il Nord Africa. Le bancarelle sono polverose, vecchie, mal messe, corrispondono più o meno ai loro splendidi proprietari. Clienti e venditori hanno tutti la voce roca, non lo so mica il perché, ma hanno la voce roca alla Tom Waits, quella voce che vinci dopo esserti fumato tre pacchetti al giorno di Nazionali senza filtro per cinquant’anni. Ce l’hanno tutti così. Bancarelle e stand, no stand è una parola che non si può usare per quella situazione lì, bancarelle e banchetti vendono più o meno tutti la stessa cosa, ossia tutto. Tutti vendono tutto.

Tastiere per il pc, quelle che stavano col 386, scarpe usate a cinquanta centesimi, che ne valgono al massimo venticinque, tanto che la mia signora non le ha volute in regalo, televisori in bianco e nero, vestiti usati, non lavati, lampade, ferri da stiro, giochi in scatola con pezzi mancanti, cavi che non si sa bene a che servano, chiodi storti, libri, foto usate, che uno dice che cacchio te ne fai di foto usate e soprattutto cosa sono le foto usate. Boh, comunque c’erano delle cose che io definirei foto usate. Macchine per fare toast, e mica solo toast e pizzette, e carabattole che nemmeno Safarà di Dylan Dog ce le ha quelle robe lì. Vabbé, io in quei posti lì ci sto da Dio, mi fermo chiacchiero, ascolto, guardo, il mio orgoglio di miserabile e poveraccio mi fa sentire a casa, anche perché in questi posti c’è una concentrazione di storie che non trovi da nessun’altra parte. E comunque se una buona rivoluzione ci dev’essere deve partire da un posto così, non da intellettuali marxisti e avanguardie, vabbé, ma questa è un’altra storia. Comunque, poi nessuno compra niente, sia chiaro eh.

Solo una tizia ha comprato una cosa, una lampada, che il venditore con la sua voce rasposa da gitanes senza filtro la lampada la voleva vendere a dieci euro, la vecchia, quella con ombretto e rossetto sbavati sulla faccia che sembrava un quadro di Pollack, gliene dava cinque perché lei mica voleva quella lì, voleva quella che aveva visto l’altra volta che era verde e sembrava una lampada inglese. E io mica lo so com’è una lampada inglese. Il venditore dice che quando l’ha presa, la lampada, era tutta di ruggine e ci ha messo del bell’olio di gomito per farla tornare come nuova – un altro cliente commenta che sembra proprio nuova, poi sputa – e che non voleva darla via per meno di dieci euro, che se poi voleva le dava anche una lampadina e la verniciava di verde come quella inglese. La tizia dice che no, che lei non la vuole verniciata di verde ma che non vuole nemmeno la lampadina, poi fa spallucce e dice che lei con quella lampada lì ci deve lavorare che lei è una scrittrice. Poi sputa per terra. Pare che chi sputa per terra in quel posto lì c’ha tutte delle carte in più da giocarsi sul piano morale. E niente, il tizio prova a venderle un’affettatrice, lei nicchia e non si fida, è convinta che non funzioni. Anche l’affettatrice costa dieci euro. Lei dice che con l’affettatrice ci lavora. Io non lo so che lavoro fa, la scrittrice o la salumiera, o forse si fa dei panini mentre scrive, non lo so.

L’abile venditore, la stordisce di chiacchiere e coniugazioni sbagliate, torna sul discorso lampada e le mette dentro anche una presa da muro, tutto a sei euro, che così mi paga il caffé, dice lui, e poi se vuole gliela monto, aggiunge. Che a me sembra che era un avance sessuale, ma io sono ingenuo. Lei gracchia delle cose che non capisco, si asciuga il sudore con un polso, trascina rimmel e rossetto lungo tutta la faccia e cede. Sei euro per la lampada. Non ho capito se poi si vuole anche far montare se la fa montare, la lampada. Paga e ricomincia a lamentarsi, non è quella inglese, gracchia. Sputa. Devo dire che sputa molto bene, io di solito faccio colare la saliva sulla giacchetta. Se ne va nel polveroso vialetto con la sua lampada da scrittrice, una presa da muro, sei euro in meno e uno che secondo me, tra un paio di settimane, se lo porta a casa.

PS il titolo deriva dal fatto che all’inizio questo doveva essere un post sul fatto che stavo ascoltando i Casino Royale [CRX] e ogni volta mi stupisco di quanto siano bravi [l’oggi pomeriggio iniziale preludeva ad un racconto sui Casino che poi è virato altrove senza che io volessi…]. Che poi comunque quel titolo lì è perfetto per quel posto lì.

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Di dove parte la rivoluzione

A me le cose che affogano nella malinconia/tristezza mi piacciono tanto, le cose da loser, le cose da sottoproletariato a cavallo tra non consapevolezza e consapevolezza istintiva, non maturata sui libri e in sedi di partito. A me quelle cose lì mi piacciono da morire. Come i bar dei film di Kaurismaki, come la trattoria dove andavo a giocare al gioco del calcetto, come quando vai col doppiopetto in un posto dove vanno quelli che tu pensi che hanno il doppiopetto, ma che poi non ce l’hanno ché in realtà non li hai mai visti da vicino quelli che pensi che hanno il doppiopetto e poi non ce l’hanno, e in quei posti lì, quelli di quelli che nella tua immaginazione hanno il doppiopetto, non ti ci fanno entrare perché sei agghindato come un nobile decaduto degli anni ’50. Per tutte queste ragioni ogni estate, quando ero piccolo ci andavo con uno dei due grandi che mi dava da mangiare e da dormire, ogni estate, appena ho tempo, e di tempo ne ho tanto, vado alla festa organizzata dal comune per chi resta a Milano.

Che a me la festa organizzata dal comune per chi resta a Milano piace da morire. C’è il ristorante per i poveracci, c’è la balera per i poveracci, dove suonano orchestrine che sembrano messe in piedi proprio con l’obiettivo di intrattenere i poveracci e, soprattutto, ci sono un sacco di poveracci. Che secondo me è resistenza urbana, della migliore, di quella che dicevo prima, non consapevole ma istintivamente consapevole, un filo per lo meno. E niente, l’altra sera ero lì alla festa e ad un certo punto uno, che forse aveva la mia età ma io non lo capisco mica quelli che hanno la mia età perché a me sembra sempre che io c’ho venti-venticinque anni. C’era questo qui che secondo me si sentiva solo, mi si avvicina, mentre io tenevo d’occhio una moneta che c’era per terra, che aspettavo che dei signori si spostavano per prendere la moneta che c’era per terra, dicevo, c’era questo qui, che mentre tenevo d’occhio la moneta che mi sembrava bicolore, che poteva essere da uno a due euro o delle vecchie cinquecento lire, questo qui che avrà avuto la mia età o qualcosa di più, mi si avvicina e mi chiede se la festa c’è tutti i giorni. Gli dico che non lo so, anche se in realtà lo sapevo, ma non volevo fare quello che sa tutto, gli dico che però secondo me sì e allora lui mi dice che il comune ha fatto una bella cosa mettendo in piedi questa festa per i pover… e si ferma, non dice poveracci, ma lo stava dicendo, e dice che il comune ha fatto bene a organizzare questa festa per chi sta a Milano. E a me quella cosa lì che stava dicendo poveracci, ma poi per uno scatto di dignità, o forse per non offendermi, non l’ha detto, a me questa mezza parola abbandonata mi ha fatto esplodere di gioia. Che lo sapevo che c’era un filo di consapevolezza. E allora niente, io gli dico che no, che il comune mica ha fatto sta gran cosa, gli dico che io alle feste dei poveracci ci vado da quando sono piccolo e che anzi con gli anni sono sempre peggiorate le feste per i poveracci, lui dice che sì, che in effetti è vero e non lo so se lo ha detto per non offendermi o perché ne ha preso coscienza in quel preciso istante. Questo proprio non lo so. Comunque l’anno prima, o era quello prima ancora, non mi ricordo, sempre lì alla festa dei poveracci, hanno fatto i fuochi d’artificio il 15 di agosto e la gente la cantava e la suonava alla Moratti, ma che brava che è la Moratti, ma che gentile che è la Moratti, ma che intelligente che è la Moratti. E io glielo dicevo, alla gente, ma guardate che questa festa dei poveracci e i fuochi di artificio per i poveracci, ci sono sempre stati eh! Mica è la Moratti che li ha messi in piedi. Anzi, sono peggiorati, gli dicevo, a quelli che lodavano la Moratti. Che poi si sa che chi si loda s’imbroda. Una volta poi davano le scodelle di riso, adesso mica le danno più le scodelle di riso.

Poi niente, dopo che questo qui è andato via si è avvicinata una ragazza, che sembrava una ragazza, ed in effetti era una ragazza anche se parecchio sopra i quaranta. A questa ragazza le mancavano gli incisivi, intesi come denti, quelli davanti, quelli che ci metti sopra la buccia del limone per fare finta che sei un pugile. E lei si è seduta al tavolo che aveva voglia di parlare e diceva che secondo lei quel giorno lì, alla festa dei poveracci, lei non la chiamava la festa dei poveracci, la chiamava Festa dell’Unità, ma mi sa che si confondeva, che la Festa dell’Unità mica esiste più, alla festa dei poveracci, diceva quella che non può mettere il limone sugli incisivi, che quel giorno lì la gente era un po’ troppo snob. Comunque niente, poi abbiamo parlato del rhum che io dicevo che il rhum lo usavano anche all’epoca di Cristo, lo dicevo così, tanto per dire, mica lo sapevo se era vero, lei diceva che no, che lo usavano già prima, fino dall’epoca dei pirati. E alla fine, intorno alle undici e quarantacinque sono partiti i getti d’acqua automatici, quelli che quelli che la sanno lunga chiamano impianti di irrigazione, per far vedere che loro hanno studiato. E un signore si lamentava che non possono mica trattarci così diceva, mica possono farci ballare la mazurka fino alle 23.30 e poi partire con i getti d’acqua. E allora io gli sono andato vicino e gli ho suggerito che il comune fa così perché tanto noi siamo solo dei poveracci che non contiamo niente e lui ha detto che anche se siamo dei poveracci i potenti mica possono trattarci così, mandassero le guardie ha detto. E niente, secondo me quei posti lì, checchesenedica (sì, tutto attaccato), sono posti di resistenza urbana, solo, chi li frequenta, non lo ha ancora capito. Poi ho raccolto la moneta che tenevo d’occhio, era una moneta da cinquanta centesimi.

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Due o tre cose che so di me

Ho caldo, devo andare in bagno e non ho voglia di fare niente. Nemmeno di alzarmi per andare in bagno. E ho caldo, ma forse l’avevo già detto. Ecco. Vorrei essere sotto un pergolato a bere vino bianco bello fresco. Sì, alle nove di mattina, e allora?! Sono anche incazzoso, avere caldo e dover andare in bagno porta ad essere incazzosi.

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