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espatriare

La Polinesia

L’altro giorno proponevo ad un amico, eravamo ubriachi a dire il vero, di andare a vivere in Polinesia. A suffragio della mia tesi portavo il fatto che quello che cantava se sei bello ti tirano le pietre è andato a vivere in Polinesia. O almeno così mi sembrava di ricordare da una puntata di anni fa de alle falde del Kilmangiaro, il coso con Licia Colò, quella che ogni bambino degli anni ’80 avrebbe voluto avere come fidanzata. E niente, poi non è che avessi molti altri argomenti, la cosa era vivere in due case sulla spiaggia con relative famiglie e alla mattina ci si incontrava con le birre in mano e poi si andava a prendere gli spiedini di gamberoni. Io continuavo a ripetere vorticosamente questi tre concetti, birra, mare, gamberoni quello che cantava se sei bello ti tirano le pietre. Sono quattro i concetti. L’amico dice che lui preferisce il tessuto urbano, il disagio, il degrado e tutte quelle cose lì che lo dicevo anche io una volta. Devo ammettere però che con gli anni, l’idea del cazzo della Polinesia si fa sempre più largo, il problema è che io non so fare niente, di cose utili alla sopravvivenza dico, cioè potrei giusto aprire un chiosco di gamberoni e birra e poi trovarmi con quello che cantava se sei bello ti tirano le pietre e fare un coretto con lui. Poi magari nel frattempo è morto quello lì, non so. Poi io la Polinesia non so nemmeno dov’è, tanto per dire, credo sia un’isola dove non succede mai niente e mangi un sacco di gamberoni e bevi un sacco di birre e alla sera vai in giro in pantalonicni e maglietta e ciabatte che fanno sciac sciac ad ogni passo. Certo è che poi là quando ti incontri con quello che cantava se sei bello ti tirano le pietre, sai che palle tutti gli aneddoti di uno che si è fatto gli anni ’60, l’amore libero di qua, il flower power di là, le droghe di su, e quella volta ho aperto un concerto degli Stones di giù. Mi sa che me ne sto qua ancora un po’, almeno finché quello lì non se ne va dalla Polinesia.

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