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Kaurismaki

Ero in pizzeria e ho visto il mio mito. Uno che io volevo essere lui e lui sicuramente non voleva essere me. Era bello, alto, forte, portamento Luigi XVI (o quattordici, quello famoso comunque, che non mi ricordo se è quattordici o sedici). Ciuffo nero addomesticato tra il rockabilly e il io non ho mai provato Hurrà, maglietta bianca con sopra stampata in una decina di copie (ctrl+c-ctrl+v tipo piastrelle) una macchina da presa 8mm, pantaloni jeans con finti strappi coperti da toppe con fantasia militare e tasche posteriori con medesima fantasia, scarpe Vans senza lacci, basetta a punta e portamento alla Matti Pelnoppa. Totalmente inconsapevole del suo fascino e del fatto che se avesse preso in mano una fisarmonica davanti a Kaurismaki sarebbe diventato miliardario. Non solo, era con sua madre e due fratelli minori. Nella mia testa lui si atteggiava a capofamiglia nonostante, sempre nella mia testa, fosse l’unico della famiglia, tra madre e fratelli minori, a non produrre uno stipendio. Volevo fare una foto con lui e scritturarlo per il prossimo mio film, prenderlo come musa, costruire attorno alla sua immagine un trattato di duemila pagine note escluse, o alla peggio farne il protagonista di un cortometraggio. Però poi mi sono detto che bastava prendere due appunti e girarli ad un buon interprete. Che poi il mio prossimo film sarebbe pure il primo.

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