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Lo spazio, disegnalo

Non mi ricordo esattamente com’era la cosa. Mi ricordo che avevo sette anni, che ero daltonico, che c’era Lorenzo al doposcuola che voleva vincere, e vinceva, a braccio di ferro, lui era quello che abitava nelle case pericolose, che c’era Fabio, quello della Fiesta, lo odiavo, che c’era quella con i collant sempre rotti, il ragazzino che passava due mesi in montagna per l’asma, la figlia del dentista e quella che non aveva i soldi per i pastelli. Questa, una volta, era la scuola pubblica italiana, prima che i ricchi abitassero tutti in una zona e i poveri tutti in un’altra. Dicevo, ero lì con tutti questi qui intorno e la maestra, dà, o meglio consegna, dei fogli. Sui fogli ci sono scritte delle cose. Le cose dicono qualcosa che suona come disegna lo spazio. E poi sotto c’è un quadrato. Bene, prendo la matita e faccio tutto nero tranne che in alcuni puntini, o faccio dei puntini e lascio tutto bianco, non mi ricordo ma credo la seconda che sono sempre stato pigro. Alcuni puntini, bianchi o neri, sono più grandi degli altri. O meglio, sono più vicini. Forse anche più grandi, chi lo sa. Consegno. La maestra dice che mica si fanno così le cose, che si deve fare sul serio, che alla scuola pubblica bisogna fare le cose benone. E io non capisco, mi sembra che lo spazio l’ho disegnato bene, ci sono un sacco di puntini, addirittura alcuni sono più grandi, o più vicini non so. Gli altri hanno tutti disegnato delle casette con il vialetto, e davanti al vialetto la macchina e la famiglia, magari pure col cane che fa bau. Anche quella che non ha i soldi per i pastelli ha disegnato il vialetto, i pastelli se li è fatti prestare, forse dalla figlia del dentista. Dicevo, tutti hanno disegnato qualcosa e io quei cazzo di puntini, pianeti nello spazio, ho disegnato lo spazio nello spazio. Poi, non mi ricordo come, capisco che mica si doveva disegnare lo spazio nello spazio, si doveva disegnare qualcosa nello spazio. E i miei cazzo di puntini, lo spazio nello spazio, evidentemente non valevano, tutt’ora non capisco bene perché. A quell’ottusa della maestra ho spiegato che quello era l’universo, ma non c’era verso di farle capire la cosa. Vabbé, per dire, che le teste di cazzo ci sono pure nella scuola pubblica. Figurati nella privata.

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4 Comments

  1. ossipossi says:

    Roba che Lucio Fontana si prendeva un ceffone.

  2. mattia says:

    Vabbé, per dire, che le teste di cazzo ci sono pure nella scuola pubblica. Figurati nella privata.

    Le teste di cazzo ci sono ovunque, va da sé.
    La differenza però c’è.
    Ti faccio questo esempio: alle medie facevo una scuola privata, e il mio insegnante di matematica non brillava per laboriosità. Arrivava in classe con la pila di giornali, insegnava 15 minuti, e per il resto del tempo chiaccherava con la classe.
    E niente, dopo un po’ i miei genitori sono andati a lamentarsi col rettore di questa scuola, e dal giorno dopo questo si è messo a insegnare tutti i 60 minuti della lezione, senza cazzeggiare.
    In una scuola pubblica semplicemente questo non avviene. Per far rigare dritto un insegnante devi chiamare ispettori cazzi e mazzi e non ne vieni mai a capo. Nella scuola privata il capo tira le orecchie e l’insegnante fa il suo dovere dal giorno dopo.
    E faccio notare che quell’insegnante era un tizio potente, benché in un periodo down all’epoca. Adesso fa l’assessore alla Regione Lombardia, e all’epoca suo cognato era già Europarlamentare e leader di un gregge numeroso (e hai capito a chi mi riferisco…)

  3. Disma says:

    non ho capito chi è…. gregge immagino non sia un termine scelto a caso

  4. mattia says:

    gregge si riferisce ai ciellini, of course…
    pensa alla città da cui vengo, pensa a chi è molto, ma molto potente ora in lombardia e che viene da quella città.
    Ecco, il mio insegnante fancazzista è suo cognato, e ora fa l’assessore regionale

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