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Writing Festival #8

Un mio amico non festeggia mai niente, tranne la morte di Kurt Cobain. Ogni
5 aprile, se non sbaglio, fa in modo che ci ritroviamo tutti in un pub a
sbevazzare, e poi alla terza pinta alza il bicchiere e dice tipo: “a Kurt”.
Noi diciamo “a Kurt” un po’ controvoglia perché non ce ne frega niente di
Cobain, vogliamo solo farlo contento. Il problema è che lui da lì in poi
parte in quarta. Dice che dagli anni novanta in poi nessuno ha mai inventato
niente di nuovo, musicalmente parlando, rispetto ai Nirvana, e che è un
peccato che si sia suicidato. Quando dice così noi ci guardiamo perché
sappiamo dove vuole arrivare. Jean Claude Van Damme. Dice, questo mio amico,
che Kurt Cobain si è suicidato per colpa di Van Damme. Stava guardando, in
albergo, una sua intervista al Larry King show che gli ha fatto venire
voglia di uccidersi. Quindi estrae i diari di Cobain dallo zaino–si è
portato dietro il libro–e lo apre all’ultima pagina, quella scritta su
carta intestata dell’hotel di Roma dove Cobain ha tentato per la prima volta
il suicidio, e ce la legge ad alta voce. In effetti in quella pagina Kurt
sembra avercela a morte con l’attore belga. Lo chiama Jean Clod Goddamne, e
lo definisce–cito a memoria perché l’ho sentito dire decine di volte,
ormai–“l’ennesimo bisteccone ritardato da film d’azione che brama di dare
di sé l’immagine di attore distinto,” e poi chiosa con un raffinato “what
are you fucking talking about?” Questo mio amico lo odia, Van Damme. Se in
televisione vede il trailer di un suo film, dice: “bastardo”, e cambia
canale. Giuro.

Grazie a Stefano Amato

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