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December 3rd, 2017:

Il sentiero dei cani che cagano aka la madeleine antifascista

Capiterà una o due volte all’anno, o giù di lì, che passo per quella via, la via Mauri, che non mi ricordo mai se lì ci hanno fatto le scuole mia mamma, mia zia o tutte e due. In quella via lì ci passavo sempre con la mia nonna quando andavamo dal macellaio, verso la fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, prima che ci arrivassero i ricchi. Adesso non so mica se ci potremmo andare dal macellaio che c’è lì. Ci andavamo di mattina quando non ero all’asilo o a scuola, ci andavamo passeggiando. Lei che mi diceva di camminare bene e io che correvo. Mi ricordo che i primi tempi era dura, c’erano dei marciapiedi altissimi, facevo una fatica del diavolo a conquistarne la vetta, potevo valicarli solo grazie al supporto del mio sherpa personale, la nonna. Poi poco alla volta sono diventati più bassi, o io sono cresciuto, e anche la mia nonna è diventata più piccina e quando ormai camminare era uno scherzo e correre un’abitudine, lì ci arrivavo in grandissima scioltezza, addirittura prima di mia nonna. Correvo fino all’ingresso del macellaio e con le mani dietro la schiena scostavo col viso le tende di corda pelosa che facevano le veci della porta. Ricordo ancora la setosa sensazione di queste pelose liane urbane sul volto. Poi, tranquillo e accaldato, mi piazzavo sulla panchinetta di legno interna al negozio ad osservare i cadaveri di animali presenti nel bancofrigo, provando ad immaginare che esseri viventi fossero quarantotto ore prima dell’arrivo in via Mauri.

Usciti dal macellaio si andava di qua e di là, comunque si passava da via Mauri e mia nonna mi diceva “Qui ha fatto la scuola la tua zia!” oppure diceva “Qui ha fatto la scuola la tua mamma!” o ancora “Qui hanno fatto la scuola la tua zia e la tua mamma!”. Ancora oggi non so quale delle tre. E poi, mi diceva che il mio nonno Antonio, che io non ho mai conosciuto perché è morto che non ero ancora nato, ma pare che io il colore dei capelli lo abbia preso da lui. Dicevo, quando passavamo da quella via lì, la via Mauri, la nonna diceva che il nonno Antonio sosteneva che era la via più sporca di Milano, diceva che a Milano non c’erano altre vie con così tante cacche di cane, che quella era la via dove tutti i cani di Milano andavano a fare la cacca. E Per me quella via lì è sempre stata quella cosa lì, la via delle cacche di cane e la via della scuola di mia zia o di mia mamma, o di tutte e due.

Sono scuole particolari quelle di via Mauri, che forse non si chiamano nemmeno scuole di via Mauri. La mia scuola, quella di via Bergognone, si chiama scuola Bergognone perché sta in via Bergognone, ma magari la scuola Mauri è più simile alla scuola Rinascita, dove sono andato alle medie, che si chiama scuola Rinascita ma non sta in via Rinascita. La scuola di via Mauri è una scuola particolare, non per didattica, politica, scienza, ginnastica, intervallo, geografia o storia. No, è particolare perché l’edificio scolastico è dotato di un ponte che passa sopra la via Mauri. Nella mia testa quel ponte lì, con quelle quattro finestre per lato, che un po’ sembra Rialto, un po’ Ponte Vecchio, un po’ il cavalcavia del Giambellino, quel ponte lì, dicevo, nella mia testa, è un’aula della scuola e gli alunni, felici e contenti, da qualsiasi banco possono guardare fuori mentre il maestro Piero Pieroni insegna loro come il quattro sta nel due. Guardano le rondini mentre sentono la storia di Romolo e Remo e degli avvoltoi; spiano quelli che fanno la spesa quando imparano che il Molise è più in basso dell’Abruzzo; osservano le genti che discutono davanti all’edicola mentre filastroccano di-a-da-in-con-su-per-tra-fra; ridono dei cani che cagano con un regolo da otto nel naso. Io, che per tutta la vita ho voluto, ma non sempre ottenuto, posti vicino alle finestre per osservare il mondo standone fuori, quella classe sul ponte l’ho sempre invidiata e immaginata così, ogni volta che passavo di là.

Un po’ come il Cosimo sugli alberi, un po’ lontano dal mondo, un po’ vicino.

E ogni volta che passo dì lì, dal sentiero dei cani che cagano, tutta una cascata di memorie irrompe nella mia testa. La classe con dentro mia mamma, mia zia e un sacco di bambini che guardano fuori dalle finestre ridendo, mio nonno che si lamenta dei cani che fanno la cacca e ogni volta lui, mio nonno, è un po’ diverso, perché non l’ho mai conosciuto e a seconda dell’occasione, del tempo, dell’ora e dell’umore mio, ha tante facce diverse. Mi immagino mia nonna che cammina con la sporta della spesa e mi immagino o mi ricordo di me che corro, che vai a capire dov’è ricordo e dov’è immaginazione. Mi ricordo di mia nonna che mi dice di stare attento alle cacche, perché lì ce ne sono tante. Mi ricordo del macellaio, dell’edicolante, di com’era la via quando ancora il termine gentrificazione non esisteva. E guardo su e vedo la scuola che è ancora lì.

E penso a mia nonna, figlia del ‘900 con radici nell’800, figlia della grande guerra e vittima della seconda. Ha visto l’Italia contadina di inizio secolo, i primi passi dell’elettrificazione, l’ultimo governo Giolitti, gli hippy, il cyber punk alla milanese e Google. Storie di un altro mondo. E ricordo quello che lei ricordava e mi ricordava, e mi raccontava. In una vita così lunga, più che anagraficamente, storicamente, ciò che era rimasto con più tenacia era la guerra, la fame (non si lascia il cibo nel piatto!), la dittatura. Mi ricordo del suo odio per i nazisti e i fascisti, per quello che aveva vissuto e per quello che l’Italia aveva vissuto. Non era comunista, era cattolica, andava in chiesa, era una buona cristiana e l’unico spicchio di odio lo teneva in un angolo della sua coscienza per i nazi-fascisti. Li chiamava crucchi o mangia patate, anche tanti anni dopo la guerra non poteva, giustamente, dimenticare. Li chiamava così anche sulla riviera adriatica quando mi portava in vacanza a Bellaria, durante le lunghe estati degli anni ’80. Per me, ancora bambino, era divertente mi pareva un gioco, uno scherzo, non comprendevo il dolore e la collera che stavano dietro una semplice parola, lei invece ricordava. Cose brutte che io non potevo e forse non potrò mai nemmeno immaginare. E ricordo di quando mi raccontava di come aveva aiutato degli ebrei a fuggire alle infami leggi razziali. Da donna educata e per bene, le uniche parolacce che le ho sentito usare nel corso della sua vita sono state quelle contro Mussolini, fascisti e nazisti. Quei porci diceva, se non ricordo male. Quei bastardi, forse, ma magari sbaglio, perché non sembra da lei e tanti anni sono passati. E la ricordo con nostalgia e affetto. E mi sorprendo, mi rammarico, mi stupisco, oggi, a vedere quel colore nero-bruno, sporco di sangue e ignoranza, riaffacciarsi alla vita politica e sociale italiana. Dapprima con il grimaldello della contestazione e del populismo, poi con arroganza e violenza e infine con panciuta connivenza e legittimazione da parte di certi figuri già a loro volta sdoganati e legittimati.

E allora, quel sentiero dei cani che cagano, per me è un po’ un cassetto della memoria, che per strani giri e strani versi mi ricorda un bel pezzo di storia personale e di storia d’Italia. E Mi auguro con tutto il cuore che le nonne del futuro non debbano vivere ciò che hanno vissuto mia nonna, mio nonno e i nonni di tutti quelli della mia età.

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