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Moda Inverno: Cappello Nazi con 30% di sconto a Tokyo si può

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Berretto nazi, una trentina di euro, scontato viene via con venti. Lo trovate a Shibuya.

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Vasellame e ceramiche giapponesi

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Sostanzialmente la gente mi chiede del Giappone tre cose. Se ho mangiato sempre sushi, se è vero che i giapponesi sono come dei robot e se non avevo paura dei terremoti.
I più avidi mi domandano souvenir. Tra i più avidi, i più scaltri azzardano richieste. Solitamente vogliono kimoni, spade e vasellame.
Su kimoni e spade non so cosa dire, ma sul vasellame linko qui e ora un sito che conosco dove vendono cose carine. Così non mi spappolano più i maroni e se le comprano da soli le ceramiche. Ecco, l’ho detto qui a tutti e non lo devo ripetere. E no, non ho comprato nessun souvenir.
Terra Japonica è il sito.

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Doppio annuncio ufficiale di Disma.biz

Due grossi eventi stanno per interrompere la quiete di disma.biz (non parlo di me in terza persona, sto parlando del blog!).

Il primo: a breve, non so quanto breve ma abbastanza, uscirà un mio ebook. Tema: Tokyo. Non è una guida turistica. È un racconto della città molto personale, tipo che i templi mi fanno cagare quindi non ce ne sono molti (ma ne ho messi comunque per accontentare tutti), con molti spunti per uno che vuole fare un po’ il turista. Tra l’altro vorrei capire come devo fare con le parolacce, nel senso, devo scrivere tipo VM 14 o cazzate così? Qualcuno sa come funziona? Il libro sarà solo in formato elettronico e solo su Amazon. Se riesco a capire come impaginare bene ci saranno pure le foto, ma non dovrebbe essere un problema. Il costo non l’ho ancora deciso, ma sarà una roba che si aggira intorno ai 3 o 4 euro.

Secondo: torno in Italia! Ci ho riflettuto a lungo, al momento non mi sento in grado di decidere di passare il resto della mia laida esistenza dall’altra parte del mondo. Diciamo che qui sto meglio e mi piace di più, eppure non me la sento di mettere radici così lontano.
Rimando la decisione. Ho scelto di tornare in Italia ma di darmi un po’ di tempo per capire che cosa voglio fare davvero, ma temo di sapere già la risposta. Risposta che per altro rende inutile il mio rientro in Italia, ma vai a capire come funziona il cervello di una persona.

Il blog ovviamente continuerà ad esistere, mi sentirete presto di nuovo su Radio Popolare e lo splendido libro di cui parlavo prima sarà al più presto disponibile.
Per quanto riguarda c04st2c04st ci sono brillanti soluzioni, bisogna solo che ci vengano in mente. Per il momento faccio movimento per il movimento (questa non c’entra un cazzo, stavo scrivendo un’altra roba, ma se scrivo l’incipit per il momento, non riesco mai a concludere la frase in un altro modo, se non citando gli Assalti Frontali).

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Occupy Piazza Affari, anche a Tokyo

Dopo il poster di La Russa e Rifondazione in un centro commerciale, non poteva mancare il manifesto del presidio “Occupy Piazza Affari”. Per la precisione è appeso fuori da un ristorante italiano di Tokyo, zona Meguro. Ma non è mica l’unico eh! Sull’altra vetrina c’è quello per il “Diritto al lavoro”. Mi è venuto uno sciopone quando li ho visti dall’altra parte della strada. Minchia, i compagni di Milano hanno aperto un ristorante a Meguro, mi sono detto. Poi ho realizzato che no, che non era mica possibile e che comunque non aveva senso mettere lì ‘sti manifesti, a meno che non volessero fare una sorta di cellula antagonista fashion con target antagonisti fashion nipponici, ma qui gli antagonisti se ci sono non sono quel tipo di antagonisti che ci sono in Italia. Niente, doveva essere un’altra la soluzione. Magari un cuoco giapponese comunista, o no-global o come cazzo si chiamano adesso quelli lì; ché i comunisti erano prima, no-global è più una cosa fine ’90 primi 2000, adesso questi qui come si chiamano non lo so. Ché ci vorrebbe un cazzo di sostantivo adatto che tenga dentro istanze e sia composto da qualcosa che richiama i temi. Vabbé, niente. Fatto sta che non era nemmeno quello. Proviamo sto ristorante, mi dico, così faccio due chiacchiere col cuoco. Com’è come non è, entro dentro e inizio a capire. Davanti a me ci sono attaccate decine di cartoline e poster e cazzi e mazzi. Vanno dalle cartoline del Papa a quelle pubblicitarie di infostrada, passando per gagliardetti della Ferrari. Ordino un’arrabbiata, per altro buona, chiacchieriamo, non sa l’italiano ma è stato in Italia, dice che i manifesti glieli ha dati un suo amico che sta in Italia, ma non ho capito se giapponese o italiano. Dice che li ha portati qua lui però, dopo l’ultimo viaggio. Gli chiedo se ha idea di cosa significhino i due poster che ha messo nei due punti di maggiore evidenza, ossia sulle vetrine. Dice di no, che non lo sa. Non glielo spiego perché sarebbe troppo difficile, non solo a livello linguistico, dovrei spiegare anche tutto il background politico e menate varie della cosa. Quindi evito. Tra il lusco e il brusco ci facciamo due risate, e via. Alla fine mi fa pure uno sconto, prima volta che mi capita. Invece di milleseicento yen mi fa pagare solo mille. Lo saluto con il pugno chiuso, non capisce e si sposta di scatto col volto evidentemente scosso. Probabilmente pensa che gli voglio fare una vecchia sul braccio. Alla fine della fiera è sempre quella roba lì: culture shock.

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E già, e i ravioli cinesi in Giappone?

Da quando sono qua sono stato in almeno una ventina di differenti ristoranti italiani, tra questi solo uno aveva il cuoco italiano e a essere sincero non era il migliore. Senza scherzi, ci sono più ristoranti italiani a Tokyo di quanti ce ne siano a Milano, ma tanti di più eppure una quota del tutto marginale ha cuochi italiani. Di più, in Giappone, pensa te che roba pazzesca, ci sono ristoranti con specialità cinesi e sono gestiti da personale giapponese. Non solo, sostanzialmente dappertutto trovi i gyoza, che sarebbero i ravioli cinesi jiaozi. Mica mi sembra che si facciano problemi i giapponesi a vendere una ricetta cinese nei loro ristoranti. Stesso discorso per il mabotofu o i tanti amati ramen che sono una versione giapponese dei tagliolini in brodo cinesi. Quindi? Se i cinesi fanno una loro versione del sushi non va bene ma se i giapponesi sostanzialmente basano buona parte dei loro ristoranti su derivati della cucina cinese, invece è ok? E con lo yakiniku che è coreano, come la mettiamo? Storie di pagliuzze e travi.

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Business man

Tra ieri e oggi mi sono messo nei panni del business man. Di quello che vuole aprire un’attività in Giappone. Mi sono recato dapprima alla Camera di Commercio italiana, che non è una Camera di Commercio come quelle che ci sono in Italia ma è tutta un’altra roba. Ho trovato cordialità e persone gentili. Mi hanno dato un paio di dritte, ma ovviamente per i servizi veri e propri bisogna iscriversi e pagare delle robe. Mi hanno indirizzato al Istituto di investimenti dall’estero, una roba istituzionale che si occupa di investimenti stranieri in Giappone. Lì, come alla Camera di Commercio, sono arrivato con i miei bei shorts, scarpe da jogging bianco sporco con chiusura a velcro e magliettina sdrucita, ovviamente zaino al seguito. Entro. Mi chiedono cosa desidero e dov’è situato il mio ufficio. Ah! – gli dico io – mica ce l’ho un ufficio, siamo in tempi di 2.0, non servono uffici, tutti viaggia in rete… Hai presente Beppe Grillo? No, non ha presente, per fortuna. Mi dice di aspettare. Aspetto. Vedo tre tizi, di quelli con le giacche e le cravatte e le borse di pelle, mi dico che saranno lì per prendere un caffé con la collega. Poi mi viene in mente che non fanno le pause caffé. Mi si avvicinano. Mi sposto. Mi si avvicinano di nuovo. Questa volta mi salutano. Ah, Hello! Konnichiwa! Rispondo io. Mi dicono di seguirli e mi portano in una stanza per meeting, io sempre con zaino, maglietta e pantalonicini, in una stanza con tavolo ovale per trentadue persone, poltrone presidenziali e vista su Tokyo da finestre grandi quanto casa mia. Mi fanno accomodare e mi si piazzano davanti, tipo alla maturità. Io sono quello sotto esame. Mi chiedono se parlo bene il giapponese, io, furbo, ho ormai capito che non ci si deve mai lodare da queste parti, così con grande modestia dico iee, nihongo de heta desu. Non parlo bene. E intanto mi chiedo, se era de o wa la particella corretta. Probabilmente nessuna delle due. Concordiamo di parlare in inglese. Mi mettono sotto agli occhi dei cosi con dei grafici. E io inizio a pensare, cazzo! volevo solo un pamphlet!. Mi chiedono cosa voglio fare, che tipo di investimenti, dove si trova la sede della mia azienda. Li guardo e dico loro che io un’azienda mica ce l’ho. Assumono l’espressione da punto interrogativo. Gli dico che volevo solo un pamphlet. Ahahahah – fa il più anziano dei tre – ahahaha pamhplet. ‘Zzo ridi, volevo un pamphlet, solo un fottuto pamphlet, non so neanche se poi ‘sta cosa qui che c’ho in testa la voglio fare sul serio, datemi solo un pamphlet! Poi mi danno delle statistiche di mercato che dicono che possono servirmi, si informano della mia vita, mi chiedono come mi trovo in Giappone e le solite cose. Io non riesco a capire quando abbiamo finito. Forse stanno aspettando che io mi alzi, ma mi sembra maleducato. Faccio il movimento di infilare nello zaino il materiale raccolto, ma mi dicono di aspettare. Si tirano giù tutti i miei dati e dicono che anche se in realtà ho sbagliato posto, mi manderanno informazioni via mail. Dice che devo riscrivere la mia mail perché non riescono a leggere la mia calligrafia. Ok, dico io, sarete bravi voi con i vostri kanji. Finiamo. Mi accompagnano all’ascensore. Li saluto con un matane, arrivederci. E giù tutti a ridere. Ahahahah matane, ripetono insieme. Sì, matane, matane. Non va bene? Non capisco. Forse troppo informale. Mi faccio una bella risata anche io, anche se nervosa. Continuo ad aspettare l’ascensore e questi non se ne vanno. Cosa c’hanno da fissarmi. Niente. Stanno lì. Arriva l’ascensore salgo e capisco. Aspettavano che entrassi nell’ascensore per fare inchini mentre si chiudono le porte e probabilmente anche dopo. Appena salgo schiaccio il tasto, non vedo l’ora di essere in strada. Dimentico che qui, quando sei in ascensore, devi premere il tasto “apriporta” per aspettare la gente che entra e quindi schiaccio il cranio di una signora in mezzo alle porte, intanto quelli continuano con gli inchini, si aprono le porte e lei entra. Si stanno ancora inchinando. Finalmente sono fuori. Sera. Incontro un amico. Mi vede e mi dice “ehi, ma ti sei accorto che hai la maglietta al contrario?“. Ah! Una giornata di incontri non solo shorts, maglietta e scarpe da jogging sporche con chiusura a velcro, ma anche maglietta al contrario. Mi sono piaciuto molto.

Per la cronaca, un quarto d’ora dopo che ero uscito mi è arrivata una mail con un link interessante che per altro non era riconducibile all’istituzione di cui sopra, quindi i tizi si sono sbattuti per cercarmelo in rete. Mi hanno anche consigliato di andare al comune di Tokyo, dove sono andato oggi. Ma poi lì mi hanno detto di andare da un’altra parte. Ma questa è un’altra storia.

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Il teorema delle copertine di Panorama

Ora vedo concretamente quanto cambiano i numeri mettendo delle belle ragazze in “copertina”, rispetto a qualsiasi altra cosa ci si possa mettere. In un giorno sono circa quintuplicate le visite al mio profilo Flickr, semplicemente mettendo quattro foto di ragazze carine in divisa scolastica. Pazzesco.

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