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Il sentiero dei cani che cagano aka la madeleine antifascista

Capiterà una o due volte all’anno, o giù di lì, che passo per quella via, la via Mauri, che non mi ricordo mai se lì ci hanno fatto le scuole mia mamma, mia zia o tutte e due. In quella via lì ci passavo sempre con la mia nonna quando andavamo dal macellaio, verso la fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, prima che ci arrivassero i ricchi. Adesso non so mica se ci potremmo andare dal macellaio che c’è lì. Ci andavamo di mattina quando non ero all’asilo o a scuola, ci andavamo passeggiando. Lei che mi diceva di camminare bene e io che correvo. Mi ricordo che i primi tempi era dura, c’erano dei marciapiedi altissimi, facevo una fatica del diavolo a conquistarne la vetta, potevo valicarli solo grazie al supporto del mio sherpa personale, la nonna. Poi poco alla volta sono diventati più bassi, o io sono cresciuto, e anche la mia nonna è diventata più piccina e quando ormai camminare era uno scherzo e correre un’abitudine, lì ci arrivavo in grandissima scioltezza, addirittura prima di mia nonna. Correvo fino all’ingresso del macellaio e con le mani dietro la schiena scostavo col viso le tende di corda pelosa che facevano le veci della porta. Ricordo ancora la setosa sensazione di queste pelose liane urbane sul volto. Poi, tranquillo e accaldato, mi piazzavo sulla panchinetta di legno interna al negozio ad osservare i cadaveri di animali presenti nel bancofrigo, provando ad immaginare che esseri viventi fossero quarantotto ore prima dell’arrivo in via Mauri.

Usciti dal macellaio si andava di qua e di là, comunque si passava da via Mauri e mia nonna mi diceva “Qui ha fatto la scuola la tua zia!” oppure diceva “Qui ha fatto la scuola la tua mamma!” o ancora “Qui hanno fatto la scuola la tua zia e la tua mamma!”. Ancora oggi non so quale delle tre. E poi, mi diceva che il mio nonno Antonio, che io non ho mai conosciuto perché è morto che non ero ancora nato, ma pare che io il colore dei capelli lo abbia preso da lui. Dicevo, quando passavamo da quella via lì, la via Mauri, la nonna diceva che il nonno Antonio sosteneva che era la via più sporca di Milano, diceva che a Milano non c’erano altre vie con così tante cacche di cane, che quella era la via dove tutti i cani di Milano andavano a fare la cacca. E Per me quella via lì è sempre stata quella cosa lì, la via delle cacche di cane e la via della scuola di mia zia o di mia mamma, o di tutte e due.

Sono scuole particolari quelle di via Mauri, che forse non si chiamano nemmeno scuole di via Mauri. La mia scuola, quella di via Bergognone, si chiama scuola Bergognone perché sta in via Bergognone, ma magari la scuola Mauri è più simile alla scuola Rinascita, dove sono andato alle medie, che si chiama scuola Rinascita ma non sta in via Rinascita. La scuola di via Mauri è una scuola particolare, non per didattica, politica, scienza, ginnastica, intervallo, geografia o storia. No, è particolare perché l’edificio scolastico è dotato di un ponte che passa sopra la via Mauri. Nella mia testa quel ponte lì, con quelle quattro finestre per lato, che un po’ sembra Rialto, un po’ Ponte Vecchio, un po’ il cavalcavia del Giambellino, quel ponte lì, dicevo, nella mia testa, è un’aula della scuola e gli alunni, felici e contenti, da qualsiasi banco possono guardare fuori mentre il maestro Piero Pieroni insegna loro come il quattro sta nel due. Guardano le rondini mentre sentono la storia di Romolo e Remo e degli avvoltoi; spiano quelli che fanno la spesa quando imparano che il Molise è più in basso dell’Abruzzo; osservano le genti che discutono davanti all’edicola mentre filastroccano di-a-da-in-con-su-per-tra-fra; ridono dei cani che cagano con un regolo da otto nel naso. Io, che per tutta la vita ho voluto, ma non sempre ottenuto, posti vicino alle finestre per osservare il mondo standone fuori, quella classe sul ponte l’ho sempre invidiata e immaginata così, ogni volta che passavo di là.

Un po’ come il Cosimo sugli alberi, un po’ lontano dal mondo, un po’ vicino.

E ogni volta che passo dì lì, dal sentiero dei cani che cagano, tutta una cascata di memorie irrompe nella mia testa. La classe con dentro mia mamma, mia zia e un sacco di bambini che guardano fuori dalle finestre ridendo, mio nonno che si lamenta dei cani che fanno la cacca e ogni volta lui, mio nonno, è un po’ diverso, perché non l’ho mai conosciuto e a seconda dell’occasione, del tempo, dell’ora e dell’umore mio, ha tante facce diverse. Mi immagino mia nonna che cammina con la sporta della spesa e mi immagino o mi ricordo di me che corro, che vai a capire dov’è ricordo e dov’è immaginazione. Mi ricordo di mia nonna che mi dice di stare attento alle cacche, perché lì ce ne sono tante. Mi ricordo del macellaio, dell’edicolante, di com’era la via quando ancora il termine gentrificazione non esisteva. E guardo su e vedo la scuola che è ancora lì.

E penso a mia nonna, figlia del ‘900 con radici nell’800, figlia della grande guerra e vittima della seconda. Ha visto l’Italia contadina di inizio secolo, i primi passi dell’elettrificazione, l’ultimo governo Giolitti, gli hippy, il cyber punk alla milanese e Google. Storie di un altro mondo. E ricordo quello che lei ricordava e mi ricordava, e mi raccontava. In una vita così lunga, più che anagraficamente, storicamente, ciò che era rimasto con più tenacia era la guerra, la fame (non si lascia il cibo nel piatto!), la dittatura. Mi ricordo del suo odio per i nazisti e i fascisti, per quello che aveva vissuto e per quello che l’Italia aveva vissuto. Non era comunista, era cattolica, andava in chiesa, era una buona cristiana e l’unico spicchio di odio lo teneva in un angolo della sua coscienza per i nazi-fascisti. Li chiamava crucchi o mangia patate, anche tanti anni dopo la guerra non poteva, giustamente, dimenticare. Li chiamava così anche sulla riviera adriatica quando mi portava in vacanza a Bellaria, durante le lunghe estati degli anni ’80. Per me, ancora bambino, era divertente mi pareva un gioco, uno scherzo, non comprendevo il dolore e la collera che stavano dietro una semplice parola, lei invece ricordava. Cose brutte che io non potevo e forse non potrò mai nemmeno immaginare. E ricordo di quando mi raccontava di come aveva aiutato degli ebrei a fuggire alle infami leggi razziali. Da donna educata e per bene, le uniche parolacce che le ho sentito usare nel corso della sua vita sono state quelle contro Mussolini, fascisti e nazisti. Quei porci diceva, se non ricordo male. Quei bastardi, forse, ma magari sbaglio, perché non sembra da lei e tanti anni sono passati. E la ricordo con nostalgia e affetto. E mi sorprendo, mi rammarico, mi stupisco, oggi, a vedere quel colore nero-bruno, sporco di sangue e ignoranza, riaffacciarsi alla vita politica e sociale italiana. Dapprima con il grimaldello della contestazione e del populismo, poi con arroganza e violenza e infine con panciuta connivenza e legittimazione da parte di certi figuri già a loro volta sdoganati e legittimati.

E allora, quel sentiero dei cani che cagano, per me è un po’ un cassetto della memoria, che per strani giri e strani versi mi ricorda un bel pezzo di storia personale e di storia d’Italia. E Mi auguro con tutto il cuore che le nonne del futuro non debbano vivere ciò che hanno vissuto mia nonna, mio nonno e i nonni di tutti quelli della mia età.

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Dismaland WTF?! AKA Come mi chiamavano sui campi da basket usati per il calcio in seconda media

dismaland

Ci ho pasturato sopra tutto il giorno prima di arrivare a scrivere questo post. Mi sembrava troppo facile, come tirare su col tubo, come direbbe un sedicenne. Troppo facile. Mentre ero in trasmissione, oggi, sentivo il cellulare vibrare, che io non lo spengo mai, nemmeno quando sono in onda, nonostante che poi dà le distorsioni nella radio. Dicevo, il cellulare vibrava e mi arrivavano tutti dei tweet uguali con dentro Banksy, che per altro a me piace un sacco. Ancora di più mi piace dopo aver visto il documentario di Mr. Brainwash, che parla di uno che fa un documentario su Banksy ma che poi diventa tutta un’altra cosa che a Banksy non piace, ma che è evidente che alla fine è fin dal principio una roba che ha pensato Banksy, sia il documentario, sia la creazione del personaggio di Mr. Brainwash. Comunque, dicevo, è da oggi che mi arrivano un sacco di messaggi e cose che mi dicono “ah guarda c’è Dismaland”. E cazzo, io che c’è Dismaland sono fottutamente orgoglioso. Orgoglione. Senza senso perché poi è da Dismal, tipo “fatiscente, tetro” o una roba così in inglese. Ma al di là di questo, è una figata avere tutti i loghi e le cose con Dismaland. Vabbé, comunque, stavo dicendo che mi arrivano tutti sti messaggi mentre sono in trasmissione, che vibra il cellulare, e allora lo dico in onda di Dismaland. E poi mi metto alla ricerca, subito dopo la trasmissione, di qualcuno che ci sta andando. Apre fra un paio di giorni. Al momento ho trovato una persona che forse ci va ma non è sicura…

Al di là di tutto, mi sento in obbligo di riaprire il blog, aggiornare WordPress che era aggiornato all’epoca del tricerapluto e i plugin che erano al livello del “checazzoèunplugin”. Ok, aggiornato tutto. Rientro in wordpress e mi trovo tutti dei colori cambiati, tutte delle infografiche esplosive, una roba che nemmeno la Darsena di Milano ha suscitato tanto clamore per la sua rinnovatezza. Parola che per altro non esiste, rinnovatezza. E quindi, al di là di tutto, al di là della modestia, del mio essere molto in disparte, del non voler apparire, ecco, DISMALAND, cazzo, assolve ad un obbligo che l’umanità aveva nei miei confronti. Intitolarmi un cazzo di posto.

Cosa, che per altro, era già accaduta quando frequentavo le scuole medie, quando gli stronzi della seconda E [sezione] di Rinascita [scuola], quando io ero in prima, mentre giocavamo a calcio nel campo di basket [perché nel campo di calcio ci giocavano quelli di terza, che se noi ci avventuravamo ci tiravano i calci con i Durango, calci indirizzati a caviglie e parti sensibili]…. parentesi quadra fottutamente lunga. Comunque, quelli di seconda nel campo di basket, mentre ci giocavamo a calcio, mi chiamavano Dismaland. Poveracci, quelli di seconda [in senso culturale]. Che all’epoca non c’era nemmeno Eurodisney. Quelle merde, quelli di seconda, oltre a riempirci di calci in partita, oltre a non ribellarsi con quelli di terza che disponevano dei campi di calcio come un King medievale disponeva delle nipoti femmine, mi chiamavano Dismaland. Aggiungi a questo, che io ero il più scarso della squadra. Cioé, c’era uno più scarso di me, Nunzio. Fan della prima ora di Giovanotti [Con la J, quello che oggi piace agli Intellettuali], che oggi potrebbe rivalersi su molti critici musicali. Però Nunzio aveva avuto culo, un giorno fece un gol della Madonna. Quelle situazioni che ti segnano, non fai un cazzo per tre anni, poi fai un gol assurdo, e sei Dio.
Torniamo a noi, Dismaland, ci voglio andare, assolutamente, al momento però non ho né ferie né tempo per andarci. Ma soprattutto, voglio qualcuno che la racconti per filo e per segno da dentro in trasmissione, a Macondo, quella trasmissione lì che dicevo all’inizio.

E comunque quei merde della seconda E, non metto i nomi perché sennò poi non si sa mai che poi magari mi tirano le vecchie nei bracci e il sette e mezzo se mi muovevo!

Dismaland, Banksy mi piaceva di brutto prima, adesso vorrei svoltare serata insieme a lui. Se ci siete stati vomitatemi cose.
dismaland

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I finti storpi che fanno l’elemosina

storpifalsi
[Immagine|Corriere.it]

Tutta questa polemica sui finti storpi che fanno l’elemosina è una cosa che io proprio non la capisco. Se mi dici che sono sfruttati da dei tizi che controllano il racket dell’elemosina, lo capisco. Se mi dici che sono obbligati a fare una cosa che non vogliono fare, lo capisco. Ma se mi dici che sono degli imbroglioni, lo capisco già meno. Poi, le didascalie “falsi invalidi”, quelle non solo non le capisco, ma sono proprio sbagliate. I falsi invalidi sono quelli che percepiscono pensioni fingendosi invalidi, questi qua che fanno l’elemosina non percepiscono pensioni, ma, per l’appunto, elemosina. Due cose completamente differenti, nemmeno lo stesso campo di gioco [cit.]. Quindi, la questione “falsi invalidi”, non la discuto nemmeno, completamente priva di senso. Che siano degli imbroglioni, non c’è dubbio, ma l’imbroglio, o meglio, il dare una falsa percezione di sé, non è forse al centro della vita quotidiana di qualsiasi lavoratore o di qualsiasi persona alla ricerca di un impiego? E se il fare l’elemosina è il loro impiego, non sono forse equiparabili a uno che sul curriculum scrive che parla l’inglese fluente e poi non sa che cazzo è un genitivo sassone?
Io di gente che fa finta di essere ciò che non è ne vedo quotidianamente in ogni ambito, gente che fa l’ufficio stampa senza avere la minima idea di ciò di cui parla, giornalisti improvvisati che scrivono lo stesso concetto sei volte per riempire i millecinquecento caratteri che devono mettere bianco su nero, gente che forza la mano sulle sue competenze e grazie a piccoli imbrogli ottiene lavori che non avrebbe mai ottenuto. E questi sono gli stessi che poi si scandalizzano se una fa finta di avere dei problemi posturali per tirare su una ventina di euro in più. Che poi, diciamocelo, a meno che non sei proprio uno sprovveduto lo capisci pure te che sta facendo finta. Così come capisci che hai davanti un babbeo che non sa fare il suo lavoro, quando te ne ritrovi davanti uno, in qualsiasi ambito lavorativo. Di più, nella vita quotidiana quanti fingono per trarre vantaggi, anche non economici, quante palle vengono raccontate ogni giorno da miliardi di persone, che differenza c’è tra queste menzogne e quelle raccontate da chi fa elemosina? Non dico che questi qua non sbagliano, dico che però lo fanno in molti, seppur in modo meno evidente. Quindi, dite pure che sono degli imbroglioni, a nessuno piacciono, a me per primo, li odio gli imbroglioni, ma odio ancora di più gli ipocriti [questo è un artificio retorico, in realtà mi stanno sulle palle entrambi allo stesso modo]. Giusto per essere chiaro, a prova di scemo, non approvo chi sfrutta le debolezze umane per trarre un vantaggio, ma sappiamo bene che i primi a sfruttare le debolezze umane per trarre vantaggi sono, per esempio, i pubblicitari. C’è molta differenza tra una che fa finta di essere zoppa e una multinazionale che dice che la sua acqua zuccherata porta armonia tra i popoli? Però l’acqua zuccherata la comprate, o al limite vi bevete un cocktail che la contiene. La zoppa invece no, desta scandalo. L’acqua zuccherata provoca obesità tra i bimbi, la finta zoppa al limite ti fa girare le palle. La prossima volta che giudicate uno che fa finta di essere gobbo per tirare su venti euro, pensate al curriculum che avete scritto prima di essere assunti. Il curriculum che vi porta tredici o quattordici mensilità, ferie pagate e malattia. Inglese: Fluente; Italiano: Madrelingua; Francese: Scolastico; buone capacita con pacchetto Office. Però non mi fingo gobbo.

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Il discorso di capodanno di Disma.biz

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Non ero mica sicuro che fosse il giorno, l’anno, il periodo giusto per farlo. Ma forse sì. Mi sono convinto che ormai i tempi sono maturi per dire e non dire, per fare e disfare, com’è e come non è. Siamo alla fine di un epoca, e credo sia giusto condividere questa convinzione. È un passaggio epocale quello che stiamo vivendo e il 2014 finisce con un inizio che potrebbe dare adito a grossi cambiamenti. Su scala globale e su scale locale. Dicevo, negli ultimi giorni sto immaginando la storia vista da lontano, come una storia che non conosco e che osservo raccontata da qualcuno che neppure lui la conosce. Un po’ come accade di solito, con la storia. Gente che non la conosce che la racconta a gente che non la conosce, solo che pensiamo che quelli che la raccontano la conoscano. Ecco, dicevo, la storia è quella del mondo, che di solito è divisa in preistoria, storia antica, medioevo, età moderna, contemporanea e sto cazzo. A grandi linee, mica preciso, ché io non sono tra quelli che non la conoscono e sembra che la conoscono a menadito. Ora, secondo me, siamo in un punto che ci sembra tutto chiaro, molto chiaro. Tra pochi anni, cinquanta, forse cento, tutto ciò che ci è chiaro sarà bazzecola. Di più, pinzellacchera. Come diceva Totò prima, e gli altoparlanti delle spiagge di Bellaria poi, reclamizzando un negozio locale di piadine. Dicevo, tutto ciò che sembra chiaro, non lo sarà più. La scansione storica che conosciamo e che ci dà quella tiepida sicurezza in cui ci crogioliamo, presto sarà solo un ricordo. Tra poco, dovremo fare i conti con l’uomo che se ne va da qua. Che va da qualche altra parte. Anzi, già lo ha fatto e non ce ne rendiamo conto. Noi, uomini, viviamo su una stazione spaziale. L’uomo, è ufficiale, non vive più solo sulla terra. Vive nello spazio. Lo studia e tra breve, breve tipo cento anni, cifra a caso, potrà vivere su terra ferma altrove. Ma il punto non è questo, il punto è che la storia verrà rivista. Non ci saranno più epoche classificate a caso, determinate da re beoni che con i loro clan famigliari conquistano continenti dove vivono venti persone. Re Braccobaldo detto Lo Sfila Sfinteri, famoso per aver tenuto in scacco l’impero romano sfilando sfinteri a mille soldati, non avrà più posto nella storia, perché la storia, finalmente, sarà suddivisa meglio. In due pezzi. Terra e non Terra. Fine. I romani e il colonialismo saranno un unico periodo: Terra. Al limite due periodi. Terra 1 e Terra 2. E finalmente Luigi XVI ce lo leveremo dalle palle. Così come la Pomerania e tutti i feudi tedeschi dove non è successo un cazzo per trecento anni, ma che ce li dobbiamo ricordare perché votavano l’imperatore. Che pure lui, se era vivo oggi, il peggiore degli sfigati lo smutandava. Eh. Dunque Terra 1 è preistoria, cose antiche, roma e medioevo, medioevo e scoperte, industrie e internet. Poi si va fuori dalla terra ed è Terra 2. Quello che credo è che presto internet sarà parte di programma di studi con Terra 1. Voglio dire, stiamo vivendo nello spazio e stiamo lavorando per vivere più lontano, sempre nello spazio. Pare che però ce ne accorgiamo solo per parlare del fatto che gli astronauti bevono la piscia. Nessuno racconta che questo momento, oggi, qui, adesso, è un momento di passaggio epocale. Dall’ieri, all’oggi, al domani. E internet, se ci pensate, con dei fili che collegano i continenti passando sotto il mare, è proprio una roba di ieri.
Buon anno.

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Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, a Maramao

samantha cristoforetti

Devo dirlo, non mi emoziono mai per le interviste, o meglio molto raramente, solo se devo chiacchierare con personaggi che ammiro particolarmente e non è che ce ne siano molti.

Per Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, c’è grande emozione. Tutte le volte che penso a una persona che si infila una tuta spaziale e va là dove [quasi] nessun uomo è mai giunto prima, io mi sciolgo.
Penso all’eccellenza che sta dietro a quella cosa lì, allo studio che c’è voluto per costruire la ISS, alla volontà di ferro di chi ha passato anni a studiare e ad addestrarsi per arrivare a viaggiare nello spazio e a lavorare sulla Stazione Spaziale Internazionale, vero avamposto dell’umanità.

Unico luogo esente da dogane e frontiere che sa unire simbolicamente e non solo, il pianeta intero e dargli una prospettiva che va al di là della nostra Terra.

Mi emoziono a pensare a quella persona che dopo anni di sacrifici ha saputo conquistare un posto lassù, dove l’uomo per quasi tutta la sua esistenza non ha nemmeno mai pensato di poter arrivare. Oggi ci arriva e compie il primo passo verso un viaggio sempre più lungo, che ci porterà sempre più lontano.

L’idea di entrare in contatto con qualcuno che quel passo lo sta per compiere o lo ha compiuto, mi riempie di emozione. Un passo che per l’umanità è il primo approccio ad un viaggio nel nostro futuro. Per questo sono felice ed orgoglioso di poter chiacchierare in onda con Samantha Cristoforetti.

Giovedì 9 ottobre, alle ore 11, la potrete ascoltare a Maramao intervistata dal sottoscritto e da Alessandro Diegoli. A seguire, ogni due settimane, racconteremo la missione Futura attraverso la voce di tanti altri professionisti coinvolti nella missione dell’Agenzia Spaziale Europea.

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Maramao: La community

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La community di Maramao sta prendendo forma e la trovate qui, su G+. Chi si iscrive può anche partecipare alla conquista di achievement, messi in palio di tanto in tanto dai gestori della community, che poi siamo io e Al1. Il prossimo achievement è quello per il 100 iscritto.

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Maramao

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Domani io e l’Alone partiamo con questa cosa nuova che parla di cibo e di expo. Si chiama Maramao e dura 50 minuti. Tutti i giorni. Tranne uno. E tranne il week end. In pratica quattro giorni alla settimana. Praticamente metà settimana. Più 0.5. Ore 10.40/11.30. Ma accendete la radio un po’ prima che non si sa mai.

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